ATTO 147
Considero un valore raro poter tornare nello stesso luogo attraverso le stagioni.
Camminare lo stesso sentiero spaccato dal sole, allagato dalla pioggia.
Conosco ogni albero di questi campi, il modo in cui la terra cambia pelle, il verde chiarissimo della primavera, il vento che taglia l’inverno, le cicale che assordano l’estate.
Entro nei vigneti sempre con la voglia di perdermi.
Il loro legno contorto, i rami storti che poi vengono domati,
la forza che cresce anche quando nessuno guarda.
Dopo tanto tempo lontana, sono tornata alle colline: l’uva è matura.
È pronta.
Ancora poco e inizieranno le vendemmie.
I grappoli escono dalle foglie, pesano, tirano verso il suolo come qualcosa che vuole cadere. Bellissimi. Pronti.
Schiocco i chicchi di moscato ancora caldi nella bocca: si rompono,
il succo zuccherino mi riempie la bocca di un piacere indescrivibile.
Tornare, andare, tornare di nuovo.
Viaggiare e viaggiare e poi fermarsi. E tornare sul sentiero prima di andarsene ancora.
Intanto la natura fa il suo lavoro cresce, spinge, apre, riempie, prende spazio.
E l’uva torna.
Fa ciò che deve, e basta.
E penso che molta della nostra ansia sarebbe più leggera se sapessimo ancora camminare nei campi semplicemente, ancora e ancora, mentre i mesi attraversano la terra in quel ciclo infinito mai uguale a se stesso.
Se avessimo la pazienza di guardare una vite che matura da sola,
un frutto che cambia colore giorno dopo giorno
senza rumore, nella sua piena potenza.
E allora mi chiedo una cosa, se la natura, da qualche parte, ci osservi. Anche lei.
Se guardi le nostre estati spalancate, i nostri inverni, le nostre notti, le nostre stelle, le nostre uve, le nostre vendemmie.
Se veda anche noi maturare, gonfiarci, cadere, ricominciare.
Forse siamo solo un’altra stagione che cammina e passa nei suoi campi.








