ATTO  144

Mi sembra interessante come un esperimento sociale, un viaggio estivo dove la meta è chiara ma le tappe no.
Due mesi senza casa, ogni settimana un’amica/o , un piano di nomi sull’agenda, spostamenti con le borse grandi dei traslochi, le scarpe in macchina, un trolley, una scatola quella dei cambi di stagione, le borse molli che possono venire utili, tutto qui ciò che serve, e anche la farina per farci le crepes al sabato con calma, e i porti sono sempre le persone, sono gli amici stretti, quelli decennali, e scopri com’è diversa questa casa che hai abitato cento volte negli anni nei momenti nei compleanni o nelle sere complici, il silenzio della notte, la luce dietro le tapparelle, il barattolo del caffè, il modo di accendere il gas, di appendere l’asciugamano, il rumore della lavatrice, della chiave nella porta, le cose piccole delle case, non viste e non notate mai, e dietro, la grande scogliera dei legami forti che sono rimasti, degli amici con cui puoi srotolare una memoria nelle turbolenze degli anni, lì fermi come una spiaggia senza ombrelloni, solidi essenziali come in fondo sono io ora, cruda e nuda su uno sfondo dolce di calore come l’ aria delle sere di giugno.
Allora nell’esperimento sociale affiora chiaro come sono arrivata a questo viaggio pieno di simboli, quel vivere in bilico sui precipizi, quell’abitudine non voluta a essere nomade e precaria nelle radici, a vedere gli alberi scoperchiarsi, quella paura bambina aperta nel petto che ora è diventata una lama lucente, qualcosa che nel mondo dei grandi chiamano Forza, e sento l’ inverno laggiù che mi parla ancora nelle piante dei piedi, dove ne hai avuto le palle piene e strapiene dei pensieri buoni e giusti, delle foto lucide, dei visi sorrisi, dei vogliamocibeneanimebelle, di questa incessante corsa a venir via dalla puzza che fanno le cose vere, dall’ interpretaremigliorareguariresistemareanalizzare, c’è stato solo il rumore delle emozioni scomode, l’ attraversamento, il bruciare del petto, la pressione della fronte, la sorda acqua della tristezza che allaga, la delusione, la rabbia, che non avevi nessuna voglia di chiamare con altri nomi, erano quello che erano, e in fondo restare voleva dire restare lì, con ciò che è scomodo, e anzi collaborare a quella scomodità con una presenza che a tratti si faceva calma come la pazienza degli alberi, aspettando che le forze intelligenti facciano da sole, senza di te.
Forse collaborare a un tempo che non è quello delle parole, nemmeno queste, al tempo lungo infinito che poi in una mattina ti svegli ed è arrivata l’estate, perchè è così che funziona, tutte le cose sono pronte solo quando arrivano, in un tempo di un sonno lungo senza sogni che sono le fatiche quando ti maturano dentro e diventano altro, e sei andata oltre anche di loro, ma te le porti addosso e al fianco non vestite, non belle, non limpide, ma calde come le mani dei bambini che sgusciano e vogliono correre e ti sfiancano e tirano dappertutto, e puoi solo sederti su una panchina e toglierti le scarpe e respirare e dire la verità , anche in silenzio come ti viene, e chi questo non lo sa fare se ne può andare e tante grazie, allora l’esperimento sociale era questo, attraversare le tue guerre dentro e dire che solo questo potevo fare, solo questo nella gigantesca agghiacciante compagine delle guerre fuori, e guardando in alto c’è giugno che è sempre la smisurata fiducia, in questo piccolo gigantesco straordinario ruotare attraccando ai porti, c’è poco che rimane e quel poco è tutto quello che c’è.